sabato 21 novembre 2015

LA VOCAZIONE ALLA VITA CONTEMPLATIVA: ELIA PROFETA MODELLO DI CONSACRAZIONE

Elia salì sulla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia…
«Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare»

(1Re, 18,44)

Elia profeta può essere considerato da noi carmelitane modello di consacrazione a Dio, perchè egli desidera testimoniare che l'unico amore della sua Vita è il Signore.
L'itinerario esistenziale di Elia appare come il percorso che ogni consacrato/a può seguire per la donazione di sé al Signore Dio e ai fratelli.
Tale cammino eliano, già “figura” anticotestamentaria della sequela Christi che caratterizzerà i discepoli di Gesù, si avvia dopo l'incontro con una “Parola di Attrazione” all'Amore esclusivo di Dio, una Parola profetica che dice tutto di sé alla creatura, donandole vita e invitandola a diventare ella stessa Parola da donare agli altri.
Infatti, Elia vive le esperienze dell'annuncio di Dio e della denuncia contro l'ingiustizia e l'immoralità diffusa nel popolo fino a scontrarsi vittoriosamente con i profeti di Baal, costruttori ed adoratori di idoli sul monte Carmelo e falsi profeti corrotti del suo tempo.
L'amore che spinge Elia a combattere la regina “idolatrica” Gezabele è quell'Amore audace che vuole servire con tutta la passione umana di forza e volontà, perchè esclusivo, unico, non intaccato da altri “amori minori ed artificiali”, da amori apparenti, “di plastica”, ma è un rapporto amoroso ravvivato da un fuoco interiore dello Spirito che lo rende solidale con il Signore e con tutti coloro che lottano quotidianamente per vivere dignitosamente e onestamente al cospetto del Dio Vivente.
Tuttavia, in queste esperienze di esaltanti e trionfanti battaglie Elia non conosce veramente il volto di Dio; lo conoscerà ed amerà veramente solo dopo averlo incontrato nel silenzio spirituale del suo cuore sul monte Horeb.
Infatti, l'amore che nasce dal cuore di Elia profeta come quello che ogni consacrato sente di aver ricevuto nel Battesimo fin dalla coscientizzazione della propria vocazione a seguire il Figlio di Dio è necessario passi attraverso stadi di verifica e prova delle motivazioni che spingono ad un amore soprannaturale così inconoscibile, ma irresistibile.
Sembra necessario imparare o reimparare ad amare, perchè amare Dio non è come amare una creatura. La sproporzione tra i due “amanti” rende necessario un percorso di crescita dell'uomo che si innalza a Dio solo dopo che Dio si è “abbassato”, cioè sacrificato per lui al fine riempirlo del Suo Amore vitale, rendendolo consapevole di essere stato salvato.
L'uomo senza Dio non è capace di amare, nè se stesso, nè gli altri; può scambiare l'amore con l'esperienza di piaceri sensibili e suggestivi sempre temporanei e passeggeri, tanto tangibili e capaci di motivare pensieri, parole e azioni per soddisfare la ricerca del benessere proprio, ma non è in grado di aprirsi alla Rivelazione di un amore che è più grande delle proprie percezioni e dei propri sentimenti naturali.
Il profeta Elia ha vissuto l'intensità dell'isolamento penitente presso il torrrente Chérit in uno sforzo di ascesi che lo ha convinto di essere “forte” dopo le minacce espresse contro il re Acab, ha alimentato il proprio fervore per le vittorie contro i profeti di Baal, ha usato tutta la “propria forza” nel sostenere i più deboli come la Vedova di Sarepta, ma di fronte alla minaccia per la propria vita manifestata dalla regina Gezabele crolla in un'esperienza nuova e misteriosa, quella della propria debolezza.
Elia profeta ha paura, non comprende perchè prova sentimenti di terrore e paura di fronte ad una minaccia così ovvia, tanto più dopo una vittoria eclatante come quella conseguita sul Monte Carmelo, che a suo avviso avrebbe dovuto guidare alla conversione tutto il popolo.
E invece Elia è deluso e spaventato, il suo modo di servire il Dio Unico, i suoi atteggiamenti, le sue scelte, le sue parole non sono state pienamente ascoltate dal popolo e così egli entra nell'esperienza del fallimento personale e dell'incomprensibilità di quanto prova e vive.
Elia sceglie di “fuggire” verso le proprie origini, verso le origini del popolo che Dio ha eletto e prediletto, verso il Monte Horeb dove Dio ha parlato a Mosè nel roveto ardente.
Egli intraprende un cammino in una direzione di fuga che il Signore non gli ha indicato o comandato, i suoi passi si fanno via via pesanti, scoraggiato e quasi disperato chiede di morire perchè non si sente migliore dei suoi padri, di coloro che gli hanno dato la vita e insegnato a viverla.
Il Signore Dio accetta di affiancare Elia nel suo cammino di fuga da se stesso, dalla verità di sé, per reincontrarlo quando si riaprirà all'ascolto della Parola che solo il silenzio può far risuonare nel suo cuore e nella suo mente come lieve soffio di Spirito.
Dio lo accompagna passo passo esortandolo a mangiare, ad alimentarsi per vivere, lo sprona a non lasciarsi morire e schiacciare dallo scoraggiamento della delusione fino al Monte Horeb. Lì il profeta “fallito” non si apre subito alla gioia per l'arrivo alla mèta desiderata, ma vive un ulteriore ripiegamento su di sé, quello di rifugiarsi nella caverna e si chiude a Dio, a sé e agli altri.
Ecco l'intervento diretto di Dio con la Sua Parola: “Che fai qui Elia?”...sì Dio si rivolge direttamente a Lui per chiedergli i motivi per cui fugge, che cosa sta provando nel suo cuore, che cosa lo agita e lo sconvolge tanto da allontanarsi dal popolo e in sostanza da Dio stesso.
Elia si apre, si confida e risponde: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».
Nella confidenza di Elia a Dio si trovano tutti i sentimenti che possono animare il cuore del consacrato che è chiamato a reimparare a “sentire”, a dare un nome ai propri sentimenti per riorientrali verso Dio.
Elia ha sentimenti di amore zelante verso Dio, ma è scontento e deluso che gli israeliti non lo abbiano ascoltato, quindi appare più deluso del suo insuccesso che dell'effettivo stato spirituale dei fratelli, verso i quali rimane giustamente indignato per i gravi delitti di profanazione e violenza, ma non vede oltre se stesso e la propria persona, ritenendosi l'unico profeta esistente e per lo più impaurito per la propria vita, così ardentemente donata fino a poco tempo prima in difesa della purezza della fede.
Nella tempesta di questi sentimenti contraddittori e confusi Elia avvia un processo di liberazione da quell'autocentrismo che gli ha impedito di vedere e apprezzare la fedeltà degli altri piccoli gruppi profetici che lottavano per il Dio Unico.
L'intensità dei sentimenti di Elia si va gradualmente trasformando e maturando verso una nuova visione di Dio: nel silenzio delle proprie assordanti convinzioni ed ostinazioni scorge un nuovo modo di leggere la presenza di Dio nella sua vita e nel modo di servirlo.
Da quel momento Elia potrà riapprezzare il valore dei piccoli segni, dei piccoli gesti profetici ed al contempo “miracolosi” agli occhi di Dio.
Ecco la “crisi sanante” di Elia quale modello per il consacrato che accetta di passare attraverso la “notte oscura” del proprio fallimento umano per essere ricreato “sposo e amato” da Dio per servirlo con “piccoli mezzi”, con strumenti umanamente depotenziati, ma divinamente sostenuti da Colui che accompagna il proprio amico e servitore.
Ricordiamo il valore salvifico dei “pezzi di pane e carne” portati ad Elia dai corvi per vivere il nascondimento della contemplazione, del “pugno di farina e del poco olio” che ha salvato la vita della Vedova di Sarepta e del figlio ormai destinati a morire sotto il peso della carestia, il “poco pane e l'acqua” ricevuti nel deserto in cammino verso l'Horeb schiacciato dalla disperazione, la “piccola nuvoletta” che sale dal mare dopo le sette scalate del ragazzo sulla vetta per conto del suo padre spirituale, come una mano di uomo che si tende all'umanità perchè torni a credere e sperare in Dio: questo è quanto noi carmelitane possiamo evidenziare e promuovere quale stile di vita consacrata con l'aiuto e protezione della Beata Vergine Maria raffigurata dalla tradizione carmelitana proprio nella “nube che sale dal mare”.
La lettura dei segni nascosti della presenza di Dio nelle nostre giornate può aiutarci come consacrati a vivere gioiosamente la fraternità, come mosaico armonioso delle differenze umane e spirituali donate da Dio quali piccoli tasselli che di per sé soli sarebbero scartati, ma che nell'insieme della composizione mostrano la forza della propria “forma e colore” scolpiti e dipinti dal Creatore.
Appare necessario saper riconoscere il bene dai piccoli gesti e segni verso i propri fratelli, perchè essi rappresentano la prima “opera di mediazione” che apre la porta dell'accoglienza, come una chiave che è sì tanto piccola rispetto alla porta che può aprirsi, ma che è la sola ad avere la capacità di far “scorrere gli ingranaggi” della solidarietà e della generosità.
Per noi carmelitane luogo privilegiato di apprendimento di tale piccolezza è quello della preghiera, luogo ove sperimenti costantemente il mistero della piccolezza creaturale di fronte all'immensità di un Dio che dialoga con la creatura attraverso la Parola, i Sacramenti, la fraternità, la comunità, per essere sempre aperte e tese verso un'orizzonte ampio, ma non pienamente tracciabile, disposte ad allargare il cuore all'Inconoscibile, ma certe della presenza di Gesù fra noi e in noi.



(Commento alla Lettera “Scrutate”, indirizzata dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ai consacrati e alle consacrate, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pp. 37-47)



mercoledì 14 ottobre 2015

OGNI VOCAZIONE PORTA IN SE' L'ESIGENZA DELL'AMORE: una riflessione al termine del V centenario dalla nascita di S. Teresa D'Avila.



La parola “amore” non indica solo i sentimenti, ma la profondità autentica che ci trascende. Così è descritto l'amore vero nell'Imitazione di Cristo: “ Chi ama vola, corre in letizia, è libero e da nulla è trattenuto. Dà ogni cosa per il Tutto e possiede il Tutto in ogni essere creato, perchè trova la sua pace in quell'unico essere supremo, dal quale sgorga e procede tutto ciò che è buono. L'amore spesso non conosce misura, ma brucia oltre ogni misura. All'amore niente pesa; esso non tiene conto delle fatiche; anela a fare più di quanto gli permettono le forze, non porta mai la scusa dell'impossibilità... chi ama intende bene il significato di questo linguaggio... L'amore non cerca mai se stesso. Quando infatti uno cerca se stesso, allora cessa di amare”. (Imitazione di Cristo, Libro III, cap. V)
La piccola Teresa di Lisieux comprese bene il significato vero dell'amore e per esso diede tutta se stessa; solo l'amore era la sua unica ambizione: “Le grate del Carmelo non sono fatte per separare i cuori che si amano in Gesù, servono piuttosto a rendere più forti i vincoli che li uniscono”.
Che mistero si cela dietro queste grate che rendono i cuori più uniti in Gesù? La monaca carmelitana è chiamata essenzialmente ad una vita d'amore vivendo all' interno di queste “grate” una vita di intima unione con Dio. Ma l'unione con Dio, come sappiamo, non può essere astrazione dalla realtà, perchè Dio essendo Amore a sua volta conduce tutti coloro che lo amano all'amore verso ed autentico. L'amore quindi è una chiamata universale, ma che trova giusta intensità e diffusione in chi è chiamato a vivere una vita di intima unione con Lui. L'anima che conduce una vita contemplativa percorre un cammino di interiorità verso la “cella” più interna del suo essere, dove risiede Dio. Questo è il percorso fatto da molti santi, i quali all'interno dei propri monasteri, si sono “nascosti con Cristo in Dio”, lottando con se stessi dure battaglie, senza perdere di vista l'esigenza dell'amore. Santa Teresa d'Avila, maestra di questo meraviglioso cammino interiore è di esempio testimoniando con la sua vita il “compito” del monastero... Ella parla della vita di ogni singolo membro come quella di un baco da seta. Ma possiamo immaginare pure il monastero come un grande bozzolo nel quale camminano persone chiamate allo stesso cammino. Nei bozzoli i bachi si rinchiudono per morirvi e dallo stesso bozzolo viene fuori una farfalla bianca. Per Teresa il baco non è altro che l'anima la quale comincia ad avere vita solo quando è scaldata dal fuoco dello Spirito Santo. L'anima può scaldarsi solo quando comincia a mettere da parte il suo amor proprio, grande ostacolo al vero amore con tutto ciò che ne segue... Questo vuol dire essere sposa di Cristo: nascondersi in Lui, fondersi con Lui per essere una sola carne e dire con S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. In questo il monastero è quel luogo dove si può attuare questo continuo lavorìo interiore alternando la preghiera all'opera e l'opera alla preghiera. La fede senza l'opera è morta in se stessa. La Madre Ss.ma nostra Sorella nel Carmelo, non esitò dopo aver ricevuto l'annuncio dell'angelo ad “alzarsi ed andare in fretta verso la montagna”. Quando Dio opera grandi cose nell'anima nostra non si può rimanere inattivi poiché ogni Suo intervento d'amore nel nostro cuore diventa vita vera e feconda. S. Teresa raccomanda alle sue sorelle ed ancor oggi ad ogni monaca carmelitana: “E' per noi molto importante esaminare con grande attenzione come ci comportiamo a questo riguardo poiché, se osserviamo il precetto perfettamente, tutto è fatto. Credo che per la miseria della nostra natura, non arriveremo mai ad avere un perfetto amore del prossimo se non a condizione che nasca dalla radice dell'amor di Dio” (Castello Interiore, Quinte Mansioni, 3, 9). Ma l'anima non si rende conto di questa trasformazione, opera semplicemente perchè ama con tutta se stessa con spontaneità. Può forse una mamma gloriarsi dell'amore per la sua creatura? L'amore per il proprio bambino è spontaneo, naturale. Così è per la sposa di Cristo, amando Lui ella ama trasformandosi di giorno in giorno nello Sposo Divino. Tale trasformazione apre alla fecondità. Gesù stesso nel Vangelo ci dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se muore invece, porta molto frutto”. (Gv 12, 24)
Essere morte al mondo non vuol dire quindi “distaccarsi dal mondo”, ma morire a quanto di “mondo” c'è nel proprio essere che conduce alla morte, perchè una vita priva d'amore è priva della vita stessa. Il Carmelo quindi, per la monaca, ha la funzione di un piccolo “bozzolo”. Lì “chiusa e nascosta” muore a se stessa per risorgere giorno dopo giorno trasformata di divina luce. Gesù ci dice che per Lui è fratello, sorella e madre, chi compie la volontà di Dio uniformandosi nell'amore con Lui. Questo è stato il tessuto di vita della Beata Vergine Maria, Sorella, Sposa e Madre perfetta di Gesù: Ha dato tutta se stessa svuotandosi di se stessa morendo con Lui fin sotto la Croce. Lì Ella ha mostrato il Suo amore per l'intera umanità poiché la certezza della redenzione le infondeva coraggio rimanendo salda e forte nella fede attendendo la risurrezione. E' divenuta nostra Madre, dono preziosissimo di Gesù, non solo perchè era la “Prescelta”; “l'Immacolata”, ma sopratutto perchè è stata “ Beata Colei che ha CREDUTO all'adempimento di ciò che il Signore le ha detto !”. (Lc 1, 45).


sabato 15 agosto 2015

CONSACRARE LA PROPRIA VITA A MARIA COME LA SI CONSACRA A DIO



l. Finora abbiamo visto come l'anima innamorata di Dio può anche vivere in Maria. Ora ci poniamo questa domanda: è conveniente e lecito vivere per Maria come è necessario vivere per Dio? Rispondo subito di sì. 2. L'anima che ama Dio, vive per Dio. Esercita e volge alla gloria del suo Signore tutte le proprie energie positive, la sua sensibilità e vitalità. Indirizza a Lui perfino le energie negative, le sue passioni e sofferenze. Mette al di sopra di ogni cosa la volontà di Dio e l'amore per Lui. 3. Allo stesso modo l'anima che si sforza di vivere per Maria tiene occupate, cioè impiega al servizio di Lei, le sue energie spirituali sia positive che negative; fa tutto per piacerle e per eseguire la sua volontà. Si pone al suo servizio perché la Mamma celeste riceva onore, amore e sia conosciuta; si attui infine il suo Regno in modo tale da introdurci e stabilirci nel Regno di suo Figlio Gesù. Come viviamo, agiamo, soffriamo e moriamo per Gesù, così pure viviamo, agiamo, soffriamo e moriamo per Maria. 4. Come Gesù ha il suo Regno in noi, così è opportuno che Maria regni nei nostri cuori, disponga così di ogni nostra azione e sofferenza secondo i suoi piani e i suoi desideri. Attraverso la nostra collaborazione, Maria deve poter esercitare la sua piena regalità in noi. Ne ha diritto in quanto "Regina del cielo e della terra" e "Regina dei giusti e di tutti i Santi". Maria non sarebbe Regina se non le competesse un qualche dominio e potere su di noi, se noi non fossimo tenuti ad organizzare la nostra vita secondo il suo volere e i suoi disegni finalizzandola alla sua gloria. 5. San Piertommaso, grande Santo dell'Ordine carmelitano, aveva eletto Maria Regina del suo cuore e con tale titolo La venerava. Ogni giorno Le consacrava le sue azioni: tutta la sua vita era offerta a Lei e portava scolpito nel cuore il suo santo Nome, quale segno della sua perfetta sovranità. San Gerardo mostrava pubblicamente di riconoscere la celeste Madre come sua Regina, recitando ogni giorno l'ufficio liturgico della gloriosa Assunzione di Maria al cielo. Ricordava così l'inizio 5 della Regalità di Maria in cielo e sulla terra. Ad un simile riconoscimento egli condusse anche Santo Stefano, re d'Ungheria, il quale consacrò il suo regno terreno a Maria e ordinò ai suoi sudditi di proclamarla Signora e Regina. Da questi esempi dobbiamo imparare a renderle onore con tutta la nostra vita. 6. Maria è la Madre di tutti gli eletti. È giusto, quindi, che Le manifestiamo il nostro filiale e tenero affetto in ciò che facciamo o in ciò che evitiamo di fare; nell'attività come nell'inoperosità, nel vivere come nel morire. È giusto che Ella, dopo Dio, sia il motivo di ogni nostro respiro, scelta e speranza; che Maria dia senso alla nostra vita. Convinciamoci fermamente di questo: sia che viviamo, viviamo per questa Madre e Regina; sia che moriamo, moriamo per questa Madre e Signora. Sia in vita che in morte noi siamo figli di Maria, Madre potente. Mi sembra di sentirla dire, rivolta a noi: "Anche se avete molte nutrici, non avete, però, molte madri. Io sola, infatti, vi ho generato in Cristo Gesù" (1Cor 4,15).

L'intero  testo della Vita Marieforme e mariana del Ven. Michele di S. Agostino si può leggere sul nostro sito www.carmelitane.org

domenica 9 agosto 2015

La vocazione religiosa secondo Edith Stein

IL POSTO DI CIASCUNO DI NOI DIPENDE UNICAMENTE DALLA NOSTRA VOCAZIONE. 

LA VOCAZIONE NON LA SI TROVA SEMPLICEMENTE DOPO AVER RIFLETTUTO ED ESAMINATO LE VARIE STRADE: E' UNA RISPOSTA CHE SI OTTIENE CON LA PREGHIERA.



Per la prima professione di suor Mirjam di S. Teresa di Gesù Bambino, 16 luglio 1940

«Induit nos, Genetrix Domini, vestimento salutis: et indumento justitiae circumdedit nos, alleluja». «La Madre del Signore ci rivestì della veste della salvezza: e ci avvolse con la veste della giustizia». Così preghiamo nella festa della Regina del Carmelo, nella solennità più grande del nostro santo Ordine. La Madre del Signore è davvero la mediatrice di tutte le grazie: perciò ogni persona, che l’amore misericordioso ha sollevato dalla perdizione, riceve dalle sue mani l’abito della salvezza, la grazia santificante e viene così consacrata figlio di Dio. A noi però che possiamo chiamarci figlie e sorelle sue, ella dona un particolare abito di salvezza. Come Madre del Signore ella sceglie le anime che conduce al suo amato Figlio e vuole ornarle di gloria e di gioia con l’abito di nozze. Ella piantò, sulle amene colline del Carmelo, il suo Ordine come un gradevole giardino e poi lo diffuse in tutto il mondo. Ella ci ha donato, quale segno della sua particolare grazia e della sua materna protezione, il santo scapolare e glielo ha dato già da un anno, insieme con l’abito dell’Ordine, ma allora solo in prestito, perché lo usasse nel periodo di prova, rivestita dell’armatura di Dio. Ora lei lo riceve di nuovo, poiché stringe con il Signore del cielo e della terra un patto santo. È una dimostrazione di particolare amore materno che questa santa festa sia legata con la festa della Regina del cielo; come pure fu una particolare dimostrazione di amore che la Madre di Dio le abbia dato il suo stesso nome. Tale particolare dimostrazione di amore obbliga anche a una particolare riconoscenza. Quando riceviamo il santo abito del Carmelo, non ci obblighiamo solo al particolarissimo servizio del nostro Sposo divino, ma anche a quello della sua Santa Madre. La veste della salvezza viene detta anche veste della giustizia. Ci viene consegnata con la condizione che ci si svesta dell’uomo vecchio e ci si rivesta di quello nuovo, creato secondo l’immagine di Dio in santità e giustizia. La Sacra Scrittura con giustizia intende la perfezione, lo stato dell’uomo giustificato, che nuovamente è stato fatto giusto, come lo era prima del peccato originale. Accettando l’abito della giustizia ci obblighiamo anche, secondo le nostre forze, a tendere alla perfezione e a conservare intatto il santo abito. Non potremmo servire meglio la Regina del Carmelo e dimostrarle meglio la nostra gratitudine che guardando a Lei come al modello e seguendoLa sul cammino della perfezione.

Flos Carmeli, vitis florigera
Splendor coeli, Virgo puerpera Singularis.
Mater mitis, sed viris nescia
Carmelitis da privilegia,
Stella Maris!

Filiarum Cordi suavissimo
Cor tuarum illi mitissimo
inclina!
Pacem rogamus – Audi clementer nos,
Te obsecramus – Juva potenter nos,
O Regina!

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Scritto tratto da Dobner C., Edith Stein - Nel castello dell'anima - Pagine Spirituali, Ed. OCD, Roma, 2003, p. 433 e ss..

giovedì 6 agosto 2015

VOCAZIONE E CONTEMPLAZIONE: UNA GIORNATA IN ADORAZIONE DI GESU' SUL MONTE TABOR



Gesù, ciò che ha detto, lo ha anche compiuto e in special modo con la Sua Passione, Morte e Resurrezione. Una persona è credibile quando vediamo la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, e questa è la testimonianza che il mondo attende da noi cristiani. C'è chi riesce in questo impegno, chi più chi meno, Cristo è Colui che vi è riuscito in pienezza essendo appunto il Verbo fatto carne, coLui che ha portato a compimento la Scrittura. Chiediamo quindi a Lui la grazia di donarci questa capacità per essere veramente suoi seguaci e discepoli. Ma per trovare la spinta a fare questo andiamo a verificare nei Vangeli ciò che Lui ha detto e poi come lo ha messo in atto.

“Il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi”. Mt 10,33

Allora Giuda Iscaroita, uno dei dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù”. Mc 14,10 – 11


“Il Figlio del'uomo non è venuto per farsi servire ma per servire”. Mt 20,28

Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugatoio e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto”. Gv 13, 4 – 5


“Io sono il pane della vita.......Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Gv 6, 35.51

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo. “ Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”. Lc 22, 19 – 20


“Sono disceso dal cielo non per fare la mia volonià,ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Gv 6,38

Abbà, Padre! Tutto è possibile a te: Allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu”. Mc 1,36”


“A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra”. Lc. 6, 29

Una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù. Dicendo” Così rispondi al sommo sacerdote?” Gv 18, 22


“ Lo flagelleranno...” Mt 10, 34

Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare”. Gv 19, 1

“ Lo uccideranno....” Mt 10,34

Allora lo consegnò loro perchè fosse crocifisso”. Gv 19,16


“Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua “. Mc 8, 34

Egli, portando la croce, si avviò versò il luogo detto cranio, in ebraico Golgota”. Gv 19, 17


“ A chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica “. Lc 6, 29

I soldati quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Gv 19, 23 – 24


“Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in erdità la vita eterna”. Mt 19, 20

Disse alla Madre:” Donna, ecco tuo figlio!” Gv 19, 26


“Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi”. Mt 6, 14

Gesù diceva:”Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”. Lc 23, 34


“Se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Gv 12, 24

Gesù gridando a gran voce, disse:”Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò”. Lc. 23, 46”


“Come infatti Giona rimase tre guiorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”. Mt 12, 40

Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro”. Lc 23, 53


“Dopo tre giorni risorgerà...” Mt 10, 34

Voi cercate Gesù nazareno,il crocifisso, è risorto, non è qui!” Mc 16,6

Questi passi citati, sono solo alcuni, ma tanti altri nel Vangelo, nei profeti e in tutta la Sacra Scrittura ci presentano Gesù come coLui che compiendo la volontà del Padre, porta a compimento le Scritture; essendo la Parola fatta carne con la Sua vita ci parla e le sue stesse parole le vive. Noi suoi discepoli facciamo un po' più di fatica ad incarnare la Parola e ad essere coerenti nel vivere ciò che annunciamo,i nostri limiti, peccati debolezze ci ostacolano e non compiamo perfettamente e completamente ciò che dovremmo. L'importante però è camminare, nonostante le nostre incoerenze, impegnandoci a dare il meglio di noi nel vivere e attuare la Parola, così che la nostra vita conformata gradualmente alla Sua, parli di Lui e di quel che ha operato in noi. Colui che ha preso su di sé la nostra debolezza e i nostri peccati ci faccia risorgere con Lui come creature nuove capaci di rendergli testimonianza con una vita sempre più coerente con la fede che professiamo.







domenica 2 agosto 2015

LA VOCAZIONE ALLA VITA CONSACRATA: UNA CHIAMATA AD AMARE DIO E I FRATELLI TRAMITE I VOTI DI POVERTA', CASTITA' E OBBEDIENZA.




“L'amore che si dimentica di se stesso e si dona incondizionatamente a Dio e rinuncia alla propria vita per lasciar posto alla vita di Dio è il motivo, il mezzo e il fine della vita religiosa”

S. Teresa Benedetta della Croce

In quest'anno dedicato alla vita consacrata ci viene più spesso da meditare sul dono ricevuto e riflettere sull'impegno assunto per viverlo sempre meglio. Vogliamo condividere questa riflessione pensando che possa comunque aiutare ogni battezzato e non soli i consacrati a interrogarsi nuovamente del perchè essere cristiani e professare i voti.
I motivi sono molteplici, vogliamo sottolinearli per poi impegnarci a viverli. Tra questi vi sono quelli comuni a tutti, e sono quelli che condividiamo, vi sono poi quelli che nascono spontaneamente dal cuore di ciascuno e che fanno parte della propria storia personale con il Signore, dell'esperienza che si è fatta di lui, questi motivi, più difficili da comunicare, sono sfumature di quelli ufficiali.
Nella storia di ogni persona consacrata c'è un momento in cui ha percepito la chiamata (Cfr. Mc 3,13) del Signore, ossia ad essere stata scelta (Cfr. Gv15, 16) per una missione particolare, (Cfr. Mt 10, 5), nel nostro caso alla vita contemplativa carmelitana. Questa chiamata si percepisce generalmente con una forte esperienza di incontro ( Cfr. Mt. 9,9 ) con Cristo da cui ci si sente amati (Cfr. Gv 15,9) e da cui scaturisce una risposta d'amore all'Amore (Cfr. Gv 15, 13) attraverso i voti segno concreto (Cfr. Gv. 2,23) di questo amore e dell'alleanza con Dio (Cfr. Mc 14, 24). La spinta a seguire Cristo (Cfr. Mt 4, 19) scaturisce da questa esperienza di incontro e conoscenza, si è attratti, affascinati, folgorati da Lui e quindi spinti ad imitarlo (Cfr. Mt 9, 9) nella Sua povertà, castità e obbedienza. Si sceglie di vivere in questo modo ispirandosi a come Lui ha vissuto (Cfr. Mt 8,20) e cercando di mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Quindi i voti ci aiutano a vivere il Vangelo (Cfr. Mc 1,15) con più radicalità. Questo ci rende più simili a Lui, ci conforma a Lui (Cfr. Gal 2,20). Si cerca un modello e si trova Maria, prima discepola e si cerca di imitarla. Quando si scopre che il progetto di Dio (Cfr. Is 55,8) per noi è questo, si cerca di compiere la Sua volontà (Cfr. Mt 7,21) appunto come ha fatto Maria per rimanere nel Suo Amore (Cfr. Gv 15,9) e in quella gioia che nessuno può toglierci (Cfr. Gv 16,22) diventando dono per gli altri (Cfr. Atti 20,35), portando frutto (Cfr. Gv 15,5), dando testimonianza (Cfr. Atti 1,8 e Gv 15, 27) che se si mette Cristo al primo posto (Cfr. Mt 11,37) tutto il nostro essere vive nella vera libertà (Cfr. Gal 5,13).
In questo modo si dà gloria a Dio (Cfr. Gv 7,4) perchè non si cerca qualcosa per sé, ma il Suo Regno (Cfr. Mt 6,33) e ci si mette al servizio Suo e della Chiesa (Cfr. Mt 20,28).
Vivendo così si anticipa quello che vivremo nell'eternità (Cfr. Lc 20,35) pur essendo ancora in cammino impegnati giorno per giorno a convertire la propria vita (Cfr. Mc 1,15).
I voti ci aiutano a rimanere fedeli a Cristo (Cfr. Mt 25,33) respingendo spontaneamente tutto ciò che da Lui ci può allontanare e a vivere in unione a Lui (Cfr. Gv 17, 23) e fra di noi (Cfr. Mc 8,35).
Da questa riflessione abbiamo tratto quindi ben 30 motivazioni per professare i voti e ringraziare Dio per il dono concesso personalmente e a tutta la Chiesa; chiediamo al Signore che ogni cristiano sia quella luce posta sopra il candelabro (Cfr. Mt 5,15) riflesso della vera luce che è Cristo.Questo perchè ognuno lasci una traccia del proprio passaggio in questa terra e altri siano attratti a seguire Cristo più da vicino così che il Suo amore e il Suo Regno si estendano sempre più in ogni anima, popolo, nazione.
Come carmelitane possiamo aggiungere a queste motivazioni anche la spinta che riceviamo dall'esempio dei nostri santi e di tanti confratelli e consorelle che ci hanno preceduto e ci hanno indicato il giusto cammino.
Il profeta Elia insieme a Maria sono i modelli che ci ispirano a vivere la nostra preghiera e offerta incessante. La nostra Regola ci aiuta a vivere i voti secondo il nostro carisma, prendendo dal Vangelo alcuni aspetti in particolare: oltre ai voti, e la preghiera e la celebrazione eucaristica sottolinea la vita comune, la correzione fraterna, la preghiera nella solitudine, il silenzio, la meditazione della Parola, la vigilanza, l'amore di Dio e del prossimo, il servizio.
Ci auguriamo che aiutati dalla preghiera di tutta la Chiesa possiamo realmente vivere sempre con rinnovato fervore ed entusiasmo la nostra risposta a Gesù morto e risorto per ciascuno di noi.




domenica 12 luglio 2015

Un  abbraccio ideale: Maria ed Elia Profeta



Tra le cime del Carmelo, Elia e Maria idealmente si abbracciano: colei che i carmelitani amano chiamare Sorella primogenita, oltre che Madre, è anche nominata nella storia del carisma, "Principessa della famiglia di Elia"; Maria è il testamento divino che Dio ha voluto lasciare ad ogni uomo, il compimento della perfezione umana con la grazia della Redenzione al quale tendiamo fiduciosi. Come eredi di alcuni caratteri particolari della B.Vergine, già preannunciati e riconosciuti "familiari" in Elia, i carmelitani desiderano essere "belli" secondo i canoni divini, figli di quell'abbraccio ideale, vivendo costantemente alla presenza del Signore, custodi nel silenzio, dell' intimo rapporto con Dio e dell'autentico rapporto con il prossimo. Maria, donna capace di silenzio interiore nel quale risolvere ogni difficoltà della natura ed Elia uomo solo e per questo favorito nell'attenzione ad ogni impercettibile alito di Dio, che orienta il cammino, attingono alla medesima fonte, la Parola, i cui effetti e la cui comprensione sono affidati alla preghiera incessante, al dialogo familiare che ne permette l'assorbimento e la vitalità. Dio disse, e tutto fu; e se quanto è chiamato all'esistenza trattiene Dio in sè, possiamo verificare che quel tutto fu è tutt'ora bello. La bellezza di Elia, che ancora riusciamo a percepire leggendo le pagine che ne descrivono la vita, è quella dell'uomo che matura attraverso la prova ed impara a vedere tutto con gli occhi di Dio; Maria è bella perché Dio è presente in lei, e lo trasmette VIVENTE con il suo stile di vita.
Tanto Elia, profeta vergine, che Maria, Virgo Purissima, sono libere ed integre porte attraverso le quali Dio continua ad affacciarsi, a parlare, a...farsi notare agli uomini. Chi vive dell'acqua viva della Fonte, è vivo, nel senso più profondo del termine; è naturalmente solidale e collaborativo, sensibile alla sofferenza dell'uomo e alla sua ricerca di Dio; è "incarnato" come lo è il Verbo, il Figlio, il Signore e Salvatore. Custodi di questa piccola porzione di Carmelo, cerchiamo di prestare voce a Maria ed Elia che con la loro autorità di progenitori, continuano oggi ad annunciare a tutti, la via della preghiera e della contemplazione, della verginità feconda, dell'attenzione ad ogni povertà, alla difesa della giustizia, all'accoglienza, all'ascolto, alla fraternità. Nella preghiera reciproca alla quale ci esorta la Parola di Dio, ci auguriamo di poter crescere nell'approfondimento del Mistero e nella capacità di attualizzarre nella vita, ciò che abbiamo ricevuto in dono, ciò che abbiamo sperimentato e celebrato nella gioia delle militanti nell'esercito dei veri testimoni di Cristo, con lo zelo di Elia e la tenerezza di Maria.


sabato 4 luglio 2015

"Agenzia di viaggi interiori": una riflessione spirituale per le vacanze.



Siamo in un clima di vacanza, una ricerca di riposo e distensione (ci auguriamo principalmente spirituale), di spazi maggiormente custoditi per ritrovare se stessi in Dio. E' un'occasione per ascoltare e contemplare la creazione, chiamata all'esistenza dalla Parola pronunciata dal Creatore; in Cristo suo Figlio, tutto ritrova armonia e giusta collocazione...per sempre... Il disordine non viene da Lui, e se ci turba, non può però toglierci la gioia profonda, la speranza viva della Promessa accolta nella fede. 
Noi ci predisponiamo ad accogliere chi è disposto ad acquistare biglietti per viaggi interiori, percorsi attraverso la Parola di Dio fatta esperienza viva nelle ore della giornata, nel tempo santificato dalla Sua presenza, dalle sue visite incessanti, dai suoi doni. Nella povertà dei viaggiatori, Egli trova il luogo ideale per riversare sapienza vera; acqua che disseta in profondità, versata nel contenitore, noi, che Lui stesso ha concepito con una specifica forma. 
E' questa, qualunque essa sia, a darci la misura della nostra santità. Compete a noi la scoperta dei nostri limiti da superare, delle virtù da far maturare, delle ferite da curare. Attraverso questo lavoro paziente e illuminato dall'Alto, quei limiti specifici si trasformano in porte di accesso all'Infinito; le virtù messe alla prova, tendono alla perfezione e divengono punto di forza; le ferite risanate ci rendono persone nuove... Vacanza non corrisponde a distrazione sterile della mente, che non vuole pensare a nulla nell'illusione di un'esichia a basso costo; l'uomo è fatto per pensare, ma con ordine e sane motivazioni, non per cercare sconti di fine stagione, ma per investire capitali spirituali e umani ad ogni costo, accettando la fatica che conduce alla verità presentata tutta intera nelle Sacre pagine. Un caro "vacare Deo" a tutti! 

domenica 28 giugno 2015

LA GIOIA DI ESSERE CARMELITANE...



Vivere la profondità del proprio Battesimo, la regalità divina della propria esistenza umana, la dimensione profetica del proprio dialogo intimo con Dio e la vocazione mediatrice tra Dio e gli uomini nella vita contemplativa e claustrale significa scoprire poco a poco quale sia stato fin dalla nascita il progetto di amore che Dio ha avuto sulla propria persona e sulla propria anima. Essere portate dalla mano di Dio nello spazio simbolico della clausura significa farsi sorprendere dalla “gelosia” di un Dio che non si accontenta di una sola porzione del cuore umano. Colei che è chiamata a vivere i voti di povertà, castità e obbedienza secondo la Regola e le Costituzioni carmelitane diverrà consapevole che fin dal proprio Battesimo lo Spirito Santo è stato sovrano della sua vita: come Sposa è stata nascosta dallo Sposo agli sguardi del mondo e delle creature perché divenisse la sola Regina a conquistare il Suo cuore secondo il modello della Beata Vergine Maria; come Carmelitana discendente dell’eredità profetica di Elia parlerà al Signore Dio nel silenzio del Suo cuore liberato da tutto ciò che impedisce il dialogo con l’Amato e potrà contemplare così i misteri di amore che il Cuore di Gesù attende di comunicare a tutta l’umanità; come Cristiana sarà mediatrice con Cristo Sacerdote e Sposo per tutti gli uomini e le donne, per tutti i fratelli e le sorelle, soprattutto per coloro che non hanno la forza di alzare le mani al Cielo per pregare, per coloro che non hanno voce per innalzare un canto di lode al Signore Dio. La Sposa carmelitana è nascosta con Cristo in Dio attraverso una quotidianità che rende invisibili tutti i suoi sentimenti, i suoi pensieri e i suoi gesti che appartengono così solo a Dio, custode della sacralità della vita sponsale nelle sue dimensioni di cuore, mente, corpo e spirito. Dio vuole tutto per sé e dunque la Sposa è un corpo solo ed uno spirito solo con Gesù Sposo, che la conduce alla ricerca di ciò che è sempre più invisibile agli occhi degli esseri umani perché sia solo lo Sposo a conoscere gli atti di amore che la Sposa compie per Lui. Ecco dunque il dialogo invisibile della Sposa con Gesù nel “talamo nuziale” della propria cella ove lo Sposo le parla con le parole divine della Sacra Scrittura; ecco dunque i sentimenti di gioia e di dolore raccolti nell’ "otre nascosto della rinuncia di sé” perché lo Sposo sia felice e lo siano anche coloro che condividono lo stesso amore sponsale, le proprie sorelle; ecco dunque l’invisibilità dei gesti e degli atteggiamenti che la Sposa rende puri ed amabili perché ogni atto, ogni parola, ogni tratto esteriore comunichi rispetto verso ogni consorella, sacra quanto l’Ostia consacrata dal sacerdote nell’Eucarestia quotidiana. La gioia di vivere i “voti” di povertà, castità e obbedienza come vincoli di amore: la gioia di essere Regina del Cuore di Dio perché la Sposa ha come unica ricchezza Gesù Sposo senza alcun bene materiale e spirituale che non sia in comunione con le proprie sorelle; la gioia di intercedere come un sacerdote per l’intera umanità salvata dal Cristo che unisce la Sposa alla propria volontà per dare la vita a coloro che Lui ama; la gioia di essere Sposa perchè il suo cuore non ha altro sentimento, pensiero ed immagine che quella del proprio Sposo crocifisso per Lei.

domenica 21 giugno 2015

LA PUREZZA DI CUORE...DESIDERIO DI FELICITA'...PAPA FRANCESCO PARLA AI GIOVANI.


[...]

1. Il desiderio della felicità
La parola beati, ossia felici, compare nove volte in questa che è la prima grande predica di Gesù (cfr Mt 5,1-12). È come un ritornello che ci ricorda la chiamata del Signore a percorrere insieme a Lui una strada che, nonostante tutte le sfide, è la via della vera felicità.
Sì, cari giovani, la ricerca della felicità è comune a tutte le persone di tutti i tempi e di tutte le età. Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un desiderio irreprimibile di felicità, di pienezza. Non avvertite che i vostri cuori sono inquieti e in continua ricerca di un bene che possa saziare la loro sete d’infinito?
I primi capitoli del Libro della Genesi ci presentano la splendida beatitudine alla quale siamo chiamati e che consiste in comunione perfetta con Dio, con gli altri, con la natura, con noi stessi. Il libero accesso a Dio, alla sua intimità e visione era presente nel progetto di Dio per l’umanità dalle sue origini e faceva sì che la luce divina permeasse di verità e trasparenza tutte le relazioni umane. In questo stato di purezza originale non esistevano “maschere”, sotterfugi, motivi per nascondersi gli uni agli altri. Tutto era limpido e chiaro.
Quando l’uomo e la donna cedono alla tentazione e rompono la relazione di fiduciosa comunione con Dio, il peccato entra nella storia umana (cfr Gen 3). Le conseguenze si fanno subito notare anche nelle loro relazioni con sé stessi, l’uno con l’altro, con la natura. E sono drammatiche! La purezza delle origini è come inquinata. Da quel momento in poi l’accesso diretto alla presenza di Dio non è più possibile. Subentra la tendenza a nascondersi, l’uomo e la donna devono coprire la propria nudità. Privi della luce che proviene dalla visione del Signore, guardano la realtà che li circonda in modo distorto, miope. La “bussola” interiore che li guidava nella ricerca della felicità perde il suo punto di riferimento e i richiami del potere, del possesso e della brama del piacere a tutti i costi li portano nel baratro della tristezza e dell’angoscia.
Nei Salmi troviamo il grido che l’umanità rivolge a Dio dal profondo dell’anima: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?» (Sal 4,7). Il Padre, nella sua infinita bontà, risponde a questa supplica inviando il suo Figlio. In Gesù, Dio assume un volto umano. Con la sua incarnazione, vita, morte e risurrezione Egli ci redime dal peccato e ci apre orizzonti nuovi, finora impensabili.
E così, in Cristo, cari giovani, si trova il pieno compimento dei vostri sogni di bontà e felicità. Lui solo può soddisfare le vostre attese tante volte deluse dalle false promesse mondane. Come disse san Giovanni Paolo II: «è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande» (Veglia di preghiera a Tor Vergata, 19 agosto 2000: Insegnamenti XXIII/2, [2000], 212).
2. Beati i puri di cuore…
Adesso cerchiamo di approfondire come questa beatitudine passi attraverso la purezza del cuore. Prima di tutto dobbiamo capire il significato biblico della parola cuore. Per la cultura ebraica il cuore è il centro dei sentimenti, dei pensieri e delle intenzioni della persona umana. Se la Bibbia ci insegna che Dio non vede le apparenze, ma il cuore (cfr 1 Sam 16,7), possiamo dire anche che è a partire dal nostro cuore che possiamo vedere Dio. Questo perché il cuore riassume l’essere umano nella sua totalità e unità di corpo e anima, nella sua capacità di amare ed essere amato.
Per quanto riguarda invece la definizione di “puro”, la parola greca utilizzata dall’evangelista Matteo è katharos e significa fondamentalmente pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti. Nel Vangelo vediamo Gesù scardinare una certa concezione della purezza rituale legata all’esteriorità, che vietava ogni contatto con cose e persone (tra cui i lebbrosi e gli stranieri), considerati impuri. Ai farisei che, come tanti giudei di quel tempo, non mangiavano senza aver fatto le abluzioni e osservavano numerose tradizioni legate al lavaggio di oggetti, Gesù dice in modo categorico: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,15.21-22).
In che consiste dunque la felicità che scaturisce da un cuore puro? A partire dall’elenco dei mali che rendono l’uomo impuro, enumerati da Gesù, vediamo che la questione tocca soprattutto il campo delle nostre relazioni. Ognuno di noi deve imparare a discernere ciò che può “inquinare” il suo cuore, formarsi una coscienza retta e sensibile, capace di «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Se è necessaria una sana attenzione per la custodia del creato, per la purezza dell’aria, dell’acqua e del cibo, tanto più dobbiamo custodire la purezza di ciò che abbiamo di più prezioso: i nostri cuori e le nostre relazioni. Questa “ecologia umana” ci aiuterà a respirare l’aria pura che proviene dalle cose belle, dall’amore vero, dalla santità.
Una volta vi ho posto la domanda: Dov’è il vostro tesoro? Su quale tesoro riposa il vostro cuore? (cfr Intervista con alcuni giovani del Belgio, 31 marzo 2014). Sì, i nostri cuori possono attaccarsi a veri o falsi tesori, possono trovare un riposo autentico oppure addormentarsi, diventando pigri e intorpiditi. Il bene più prezioso che possiamo avere nella vita è la nostra relazione con Dio. Ne siete convinti? Siete consapevoli del valore inestimabile che avete agli occhi di Dio? Sapete di essere amati e accolti da Lui in modo incondizionato, così come siete? Quando questa percezione viene meno, l’essere umano diventa un enigma incomprensibile, perché proprio il sapere di essere amati da Dio incondizionatamente dà senso alla nostra vita. Ricordate il colloquio di Gesù con il giovane ricco (cfr Mc 10,17-22)? L’evangelista Marco nota che il Signore fissò lo sguardo su di lui e lo amò (cfr v. 21), invitandolo poi a seguirlo per trovare il vero tesoro. Vi auguro, cari giovani, che questo sguardo di Cristo, pieno di amore, vi accompagni per tutta la vostra vita.
Il periodo della giovinezza è quello in cui sboccia la grande ricchezza affettiva presente nei vostri cuori, il desiderio profondo di un amore vero, bello e grande. Quanta forza c’è in questa capacità di amare ed essere amati! Non permettete che questo valore prezioso sia falsato, distrutto o deturpato. Questo succede quando nelle nostre relazioni subentra la strumentalizzazione del prossimo per i propri fini egoistici, talvolta come puro oggetto di piacere. Il cuore rimane ferito e triste in seguito a queste esperienze negative. Vi prego: non abbiate paura di un amore vero, quello che ci insegna Gesù e che san Paolo delinea così: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 4-8).
Nell’invitarvi a riscoprire la bellezza della vocazione umana all’amore, vi esorto anche a ribellarvi contro la diffusa tendenza a banalizzare l’amore, soprattutto quando si cerca di ridurlo solamente all’aspetto sessuale, svincolandolo così dalle sue essenziali caratteristiche di bellezza, comunione, fedeltà e responsabilità. Cari giovani, «nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare controcorrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente. Io ho fiducia in voi giovani e prego per voi. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. E abbiate il coraggio anche di essere felici» (Incontro con i volontari alla GMG di Rio, 28 luglio 2013).
Voi giovani siete dei bravi esploratori! Se vi lanciate alla scoperta del ricco insegnamento della Chiesa in questo campo, scoprirete che il cristianesimo non consiste in una serie di divieti che soffocano i nostri desideri di felicità, ma in un progetto di vita capace di affascinare i nostri cuori!
3. ... perché vedranno Dio
Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuona continuamente l’invito del Signore: «Cercate il mio volto!» (Sal 27,8). Allo stesso tempo ci dobbiamo sempre confrontare con la nostra povera condizione di peccatori. E’ quanto leggiamo per esempio nel Libro dei Salmi: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Sal 24,3-4). Ma non dobbiamo avere paura né scoraggiarci: nella Bibbia e nella storia di ognuno di noi vediamo che è sempre Dio che fa il primo passo. E’ Lui che ci purifica affinché possiamo essere ammessi alla sua presenza.
Il profeta Isaia, quando ricevette la chiamata del Signore a parlare nel suo nome, si spaventò e disse: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Eppure il Signore lo purificò, inviandogli un angelo che toccò la sua bocca e gli disse: «E’ scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (v. 7). Nel Nuovo Testamento, quando sul lago di Gennèsaret Gesù chiamò i suoi primi discepoli e compì il prodigio della pesca miracolosa, Simon Pietro cadde ai suoi piedi dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). La risposta non si fece aspettare: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). E quando uno dei discepoli di Gesù gli chiese: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», il Maestro rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,8-9).
L’invito del Signore a incontrarlo è rivolto perciò ad ognuno di voi, in qualsiasi luogo e situazione si trovi. Basta «prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3). Siamo tutti peccatori, bisognosi di essere purificati dal Signore. Ma basta fare un piccolo passo verso Gesù per scoprire che Lui ci aspetta sempre con le braccia aperte, in particolare nel Sacramento della Riconciliazione, occasione privilegiata di incontro con la misericordia divina che purifica e ricrea i nostri cuori.
Sì, cari giovani, il Signore vuole incontrarci, lasciarsi “vedere” da noi. “E come?” – mi potrete domandare. Anche santa Teresa d’Avila, nata in Spagna proprio 500 anni fa, già da piccola diceva ai suoi genitori: «Voglio vedere Dio». Poi ha scoperto la via dellapreghiera come «un intimo rapporto di amicizia con Colui dal quale ci sentiamo amati» (Libro della vita, 8, 5). Per questo vi domando: voi pregate? Sapete che potete parlare con Gesù, con il Padre, con lo Spirito Santo, come si parla con un amico? E non un amico qualsiasi, ma il vostro migliore e più fidato amico! Provate a farlo, con semplicità. Scoprirete quello che un contadino di Ars diceva al santo Curato del suo paese: quando sono in preghiera davanti al Tabernacolo, «io lo guardo e lui mi guarda» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2715).
Ancora una volta vi invito a incontrare il Signore leggendo frequentemente la Sacra Scrittura. Se non avete ancora l’abitudine, iniziate dai Vangeli. Leggete ogni giorno un brano. Lasciate che la Parola di Dio parli ai vostri cuori, illumini i vostri passi (cfr Sal 119,105). Scoprirete che si può “vedere” Dio anche nel volto dei fratelli, specialmente quelli più dimenticati: i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ammalati, i carcerati (cfr Mt 25,31-46). Ne avete mai fatto esperienza? Cari giovani, per entrare nella logica del Regno di Dio bisogna riconoscersi poveri con i poveri. Un cuore puro è necessariamente anche un cuore spogliato, che sa abbassarsi e condividere la propria vita con i più bisognosi.
L’incontro con Dio nella preghiera, attraverso la lettura della Bibbia e nella vita fraterna vi aiuterà a conoscere meglio il Signore e voi stessi. Come accadde ai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), la voce di Gesù farà ardere i vostri cuori e si apriranno i vostri occhi per riconoscere la sua presenza nella vostra storia, scoprendo così il progetto d’amore che Lui ha per la vostra vita.


Alcuni di voi sentono o sentiranno la chiamata del Signore al matrimonio, a formare una famiglia. Molti oggi pensano che questa vocazione sia “fuori moda”, ma non è vero! Proprio per questo motivo, l’intera Comunità ecclesiale sta vivendo un periodo speciale di riflessione sulla vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Inoltre, vi invito a considerare la chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio. Quanto è bello vedere giovani che abbracciano la vocazione di donarsi pienamente a Cristo e al servizio della sua Chiesa! Interrogatevi con animo puro e non abbiate paura di quello che Dio vi chiede! A partire dal vostro “sì” alla chiamata del Signore diventerete nuovi semi di speranza nella Chiesa e nella società. Non dimenticate: la volontà di Dio è la nostra felicità!

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(DAL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2015)